La Giubba
associazione culturale
Piazza al Serchio (Lucca), Via di Chiosa
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Convegno di Etnobotanica e
Botanica farmaceutica , Genova, Aprile 1999
PIANTE
SPONTANEE DELLA TRADIZIONE ED IMMAGINARIO COLLETTIVO IN ALTA GARFAGNANA (LUCCA):
UN CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SULLA CULTURA ORALE
ANDREA
PIERONI
1.
INTRODUZIONE
Nell'immaginario popolare di molte regioni europee, storie e leggende
relative ad erbe ed alberi rappresentano uno dei marcatori antropologici
interessanti, seppur spesso assai poco analizzati. Le ricerche etnobotaniche
nell'areale mediterraneo e in particolare nella Toscana Nordoccidentale (Uncini
Manganelli e Tomei, 1999) si sono indirizzate verso indagini farmaco-botaniche e
quasi mai verso l'interpretazione dell'immaginario collettivo relativo alle
specie vegetali spontanee ed alle possibili piste antropologiche ed
etnofarmacologiche che vi sono sottese. Lo studio della cosmologia legata a
leggende e credenze relative alle piante in una determinata regione, sia
attraverso studi di medicina storica, che ricerche antropologiche sul campo, è
però centrale per qualsiasi indagine che voglia saper correttamente
interpretare le informazioni sull'uso di determinate specie ed è alla base
dell'approccio etnofarmacologico (Dos Santos e Fleurentin, 1993).
Il territorio dell'Alta Garfagnana, incuneato tra le Alpi Apuane ad Ovest e
l'Appannino Tosco-Emiliano ad Est e compreso secondo una definizione storica ed
amministrativa nei comuni di Piazza al Serchio, Minucciano, Sillano e
Giuncugnano (oggi facenti parte dell'estremo settentrionale della Provincia di
Lucca), costituisce del resto un campo di ricerca prezioso, in quanto il
patrimonio legato alla conoscenza delle piante ed alla cultura orale sopravvive
ancora nella memoria di molti anziani e, seppure in minima parte, anche tra le
generazioni più giovani.
2. METODO
L’indagine si è volutamente concentrata
sulle specie spontanee e naturalizzate, escludendo le piante coltivate, per le
quali si rimanda ad altre indagini preliminari effettuate in zona (Uncini
Manganelli e Tomei, 1998), ed il cui carico di storie e credenze correlate è
certamente, specie per la presenza attuale di numerosissime specie di recente
importazione, meno rilevante.
Informazioni sulle entità vegetali e sui riti inerenti l'immaginario
collettivo sono state raccolte nei Comuni di Vagli, Piazza al Serchio, San
Romano in Garfagnana, Minucciano, Giuncugnano e Sillano, all'interno di un
progetto sul territorio che, attraverso la collaborazione offerta della Comunità
Montana della Garfagnana, ha visto coinvolte anche le Scuole Medie Statali di
Piazza al Serchio e Gramolazzo e circa settanta ragazzi. Informazioni
etnobotaniche sulle piante spontanee di uso rituale sono state ottenute da
informatori di età compresa tra 52 e 87 anni.
Qui di seguito sono riportate le specie citate
dagli informatori nel quadro di rilievi legati a particolari credenze e/o
utilizzazioni che l’autore ritiene di particolare interesse antropologico.
Allium vineale L., Liliaceae
Nome vernacolare: Aglio
Selvatico.
Come per l'aglio
domestico, nell'area studiata è conosciuta un'azione della pianta contro il
"maldocchio".
Nome vernacolare: Erbo
bon.
Gli usi nella medicina popolare della Garfagnana di questa specie come
digestivo (anche nella medicina veterinaria) e per lo svezzamento dei neonati
legano certamente la loro "fortuna" al sapore amaro delle parti aeree
della pianta. Questo è caratterizzato da un'accezione positiva ("era amaro
e faceva bene"), che si ritrova per altro in molte altre zone e per molte
altre piante dal sapore amaro.
Interessante notare come nel vernacolo locale "amaro" sia
diventato sinonimo di "buono" ("erbo bon", appunto).
Nomi vernacolari: Cavolo di San Viano,
cavolo di San Viviano.
Questa specie spontanea, che ha una distribuzione etrusco-ligure-provenzale,
rappresenta una particolarità botanica dell'area apuana ed in Garfagnana si
rinviene in una zona circoscritta nella zona di Campocatino e del Monte Tambura,
fa da contorno ad una delle rappresentazioni popolari più zona (Biagioni,
1998).
Sul luogo della supposta grotta-rifugio dove avrebbe soggiornato nel
medioevo questa sorta di "eremita popolare", oggi sorgono una chiesa
ed una tomba a lui intitolate. Il 22 Maggio di ogni anno una processione
popolare viene effettuata in suo onore, e la statua del Santo è portata in
processione ornata delle sole foglie e fiori di Brassica oleracea L. subsp. robertiana.
Gli abitanti del paese di Vagli sostengono che questa specie abbia
rappresentato il solo nutrimento di San Viano durante il suo eremitaggio e che
mangiarne alcune foglie o tenerla in casa, sia di buon auspicio.
Nomi vernacolari: Zucca
matta, Colacci, Erba de' bisci.
L'uso residuale di
questa specie, assai tossica, è rimasto ben vivo nelle tradizioni dell'Alta
Garfagnana, sia in cucina (i giovani getti vengono utilizzati in frittate e nel
ripieno dei tortelli, Pieroni, 1999a e 1999b), sia nella medicina popolare. A
questo riguardo è noto l'uso di macerati acquosi freddi della radice seccata,
come diuretico, perché "faceva bene alle ossa" e contro le
"fabbri maltesi". Una sorta di pomata casalinga preparata lasciando
cuocere lentamente pezzetti di radice con acqua ed olio sarebbe stata applicata
esternamente (dall'"alto in basso") nelle sciatalgie.
Il termine con cui
viene definita la specie localmente ("zucca matta") è indicativo del
pericolo di un possibile sovraddosaggio ("qualche volta faceva
ammattire").
Buxus sempervirens L., Buxaceae.
Nomi vernacolari: Bussolo,
Bossolo, ”Il verde”.
I rametti di questa specie rappresentano
l’elemento centrale di quello che, in maniera ubiquitaria in tutto il
territorio studiato, è conosciuto come il ”gioco del verde”. Durante la
Quaresima, secondo altre versioni durante la Settimana Santa, o semplicemente la
mattina del giorno di Pasqua, i più giovani erano soliti mettersi in tasca un
rametto di ”bussolo” in segno beneaugurante. Incontrandosi tra loro
chiedevano ”Ce l’hai il verde?”, chi non ce l’aveva doveva pagare con
una "penitenza", offrendo al vincitore una caramella, un uovo, un
qualsiasi regalo. In un versione raccolta a Caprignana sembra si dovesse tenere
per tutta la Quaresima una foglia di ”bussolo” in bocca che ”durava fino
al giorno di Pasqua”.
In altre segnalazioni questa specie
sembrerebbe rappresentare un antidoto contro gli streghi, nei racconti popolari
locali si riporta di mazzi di ”bussolo” gettati dalla torre per indicare la
strada. Le parti aeree della pianta
erano utilizzate per pulire dalla cenere i forni a legna, anche come sorta di
benedizione. Non è un caso che a Coreglia Antelminelli (circa 20 km. a Sud del
territorio studiato) un enorme mazzo di Buxus
venga ancor oggi posto sul campanile della chiesa alla vigilia della Festa del
Santo Patrono (San Michele), durante la quale tradizionalmente venivano cotti
pane e dolci tipici nei forni a legna.
Nel mondo delle leggende e credenze germanico
la pianta è ampiamente riportata per le sue attitudini anti-demoniache già in
molti testi medioevali (Grimmelshausen, Bock), mentre nel folklore della
Svizzera settentrionale i rametti di Buxus
proteggono dal pericolo dei lampi e il bestiame dagli spiriti maligni. Nella
regione della Transilvania (regione dell’odierna Romania da sempre abitata da
una maggioranza tedesca) è noto l’uso popolare di portare con sé un rametto
di ”bussolo” prima di effettuare un viaggio come portafortuna. In tutta la
Germania occidentale rametti di Buxus
rappresentano ancor oggi quello che nel Mediterraneo è l’ulivo benedetto
della Domenica delle Palme.
Il giorno di S. Matteo (24 Febbraio), sempre
in ambiente germanico, le ragazze erano solite fare un gioco, bendandosi gli
occhi: chi per prima avesse raggiunto il rametto di ”bussola” sul tavolo, si
sarebbe fidanzata nel prossimo futuro. Il carattere oracolare della pianta nella
Mitteleuropa è confermato altre due interessanti usanze popolari: per Natale o
Capodanno in un piatto pieno d’acqua venivano disposte tante foglie di Buxus
quanti erano i componenti della famiglia, ed ogni fogliolina veniva appellata
con il nome di un componente; se la foglia l’indomani fosse stata ancora
verde, la persona corrispondente avrebbe avuto salute nel nuovo anno, mentre una
foglia macchiata avrebbe predetto malattie, un’eventuale macchia nera
addirittura la morte. Se una foglia appoggiata sulla stufa accesa fosse
diventata concava, il soldato sarebbe tornato sano dalla guerra, si fosse
raggrinzita invece sarebbe ritornato ferito o sarebbe morto. Anche marginalmente
in Francia ed in Bulgaria la specie è nota come oracolo: le ragazze bulgare
erano ad esempio solite mettere sulla stufa accesa due foglie di ”bussolo”:
nel caso le foglie si fossero accartocciate sfiorandosi, il matrimonio sarebbe
stato vicino (Hoffmann-Krayer, 1942).
Morfologicamente le foglie del ”bussolo”
non presentano caratteristiche di rilievo (non sono ad esempio appuntite come le
foglie del ginepro o della ginestra e non più appuntite di tantissime altre
specie, carattere questo che potrebbe rendere conto della sua azione magica
contro gli "spiriti maligni"), mentre nell’etnofarmacia popolare
mitteleuropea è noto un loro uso in forma di decotto contro la febbre ed
addirittura come ingrediente aggiuntivo nella birra, al quale avrebbe conferito
proprietà eccitanti e narcotiche al contempo (Rätsch, 1998).
In altre zone italiane (addirittura anche già
in Lucchesia) e mediterranee non si riscontra alcuna particolare pregnanza
antropologica a riguardo di questa specie, ciò che potrebbe far supporre una
derivazione germanica del ”gioco del verde”. La dominazione longobarda, che
in Alta Garfagnana ha lasciato numerose tracce, potrebbe aver rappresentato un
elemento di veicolazione di tradizioni mitteleuropee.
Carlina
acaulis L., Compositae.
Nomi vernacolari: Fiore di San Pellegrino, Scarzone.
Anche in questo caso l'immaginario popolare
della pianta è legato alla figura di un Santo: San Pellegrino, appunto. Nella
regione studiata si dice che il fiore sia rivolto sempre verso San Pellegrino in
Alpe (un antico borgo sull'Appennino Tosco-Emiliano, vicinissimo alla zona
oggetto della presente ricerca, dove sono conservate le spoglie del Santo) e che
il Santo stesso si sia nutrito "solo" dei suoi ricettacoli fiorali.
Clematis
vitalba L., Ranuncolaceae.
Nome vernacolare: Vezzadro.
I giovani getti della pianta sono largamente
apprezzati in Garfagnana, come in molte altre regioni italiane, in frittate
primaverili. Ma in Alta Garfagnana decotti delle foglie sarebbero stati
utilizzati per fare dei bagni contro il "maldocchio".
Euphorbia
latrhys L., Euphorbiaceae.
Nome vernacolare: Cacabuzzi.
L’uso popolare di deterrenti naturali per
scoraggiare la raccolta prematura dell’uva, che certo in Garfagnana
rappresentava un bene da tenere in gran conto, è noto anche in altre zone della
Toscana Nordoccidentale. In una ricerca condotta circa venti anni fa in Alta
Versilia veniva riportato per lo stesso scopo l’uso di estratti acquosi dei
frutti del Tamus communis L. (Corsi et
al. 1981). In Garfagnana con il termine popolare "cacabuzzi" viene
indicata sia questa specie, che Solanum
nigrum, di cui sono utilizzati i frutti.
Estratti acquosi (ottenuti a freddo) delle
parti aeree di Euphorbia lathrys
venivano spruzzati sulle colture allo scopo di impedire furti: l’eventuale
ingestione dei frutti trattati a questo modo avrebbe comportato una drastica
azione lassativa. A Caprignana è presente anche una versione che certamente
affonda le radici nella "segnatura": se si fossero utilizzate le
foglie della pianta rivolte verso il basso rispetto all'asse del fusto si
sarebbe ottenuta un'azione purgante del macerato, se verso l'alto, una emetica.
L'azione irritante del tratto
gastrointestinale delle Euphorbiaceae è stata negli ultimi tempi ben studiata e
viene oggi attribuita al contenuto in euforbone e forbolesteri (Roth et al.,
1994).
Foeniculum vulgare Miller ssp. vulgare,
Umbelliferae.
Nomi vernacolari: Finocchio selvatico, Anacini.
Qualche rametto di finocchio selvatico,
assieme a foglie di olivo benedetto e sale, rappresentava il nucleo centrale del
”breo” o ”brevetto”, un sacchetto costituito da un involucro di stoffa
rossa che veniva appeso alle corna delle mucche (più raramente con una spilla
anche alla canottiera di qualche contadino) contro il malocchio. La valenza
storico-antropologica del finocchio come simbolo di fertilità nel mondo
classico è ben noto nell’asta di Thyrsos, emblema dei culti dionisiaci nella
Grecia antica: questa era costituita da una grosso fusto di finocchio selvatico
alla cui testa l’infiorescenza del finocchio era sostituita da una pigna di Pinus
pinea, e talvolta il tutto era avvolto da tralci di edera (Rätsch, 1995).
Nella medicina popolare in ogni angolo del Mediterraneo il finocchio
selvatico è sempre stato del resto usato come galattagogo, mentre Santa
Ildegarda di Bingen (che, ovviamente, conosceva la pianta come ”importata”)
nel XIII° secolo gli attribuiva candidamente proprietà anti-depressive (von
Bingen, 1993). Recenti indagini fitochimiche hanno dimostrato che lo spettro dei
composti terpenici presenti nel finocchio selvatico (la specie presumibilmente
più usata nel mondo antico) è molto diverso da quello del finocchio coltivato
(sia per scopi alimentari, che medicinali): la grande quantità di metilcavicolo
presente nell’olio essenziale di finocchio selvatico (38% contro 2-3% nel
coltivato, Hänsel et al., 1993), sostanza per la quale è stata ipotizzata
un'azione psicotropa (Rätsch, 1997), potrebbe sorprendentemente confermare
l’azione antidepressiva attribuitagli da Santa Ildegarda.
Helichrysum italicum
(Roth) Don, Compositae.
Nomi vernacolari: Canugiolo,
Canugioro, Incenso.
Le parti aeree seccate della specie venivano
bruciate durante la notte di Natale, "al suono dell’Ave Maria". La
pianta entrava del resto, insieme a ”zinepro” e ”ginestra” nella
composizione originaria dei "Natalecci" di Gorfigliano, degli
imponenti fuochi all'aperto che vengono ancor oggi effettuati la sera della
vigilia di Natale.
Alcune segnalazioni riferiscono che i fiori
seccati dell'Helichrysum venivano
invece messi nelle scarpe ”e così passava il freddo”.
In zona è per altro molto noto un utilizzo
medicinale (ed anche veterinario) delle parti aeree della pianta, che,
specialmente in forma di suffumigi, è considerata un toccasana per ogni tipo di
affezione delle vie respiratorie.
In ambiente tedesco Helichrisyum sarebbe stato fumato in segno beneaugurante alla
nascita di un nuovo bambino, e nella Bassa Franconia sarebbe stato posto sotto
il cuscino della puerpera per facilitare il parto. In caso di eventuale tragica
morte della stessa durante il parto, una corona di Helichrysum sarebbe stata deposta sul letto (Hoffmann-Krayer, 1942).
In Anatolia meridionale (Turchia) le parti
aeree di Helichrysum plicatum vengono
messe sotto il letto per allontanare il pericolo dei serpenti (Yesilada et al.,
1995).
Juglans regia L., Juglandaceae.
Nomi vernacolari:
Noce.
Come in molte
altre regioni italiane ed europee (Brosse, 1992), il noce ha una valenza
simbolica importantissima nella cultura popolare. Così l'influsso negativo
dell'ombra dell'albero, sotto il quale si dice si radunassero gli
"streghi" è ben sintetizzato in Alta Garfagnana da una credenza
raccolta a Sillano: "Chi andava in un campo dove c'erano dei noci, veniva
poi stregato e portato in Corsica" (la Corsica nell'immaginario di molti
anziani del luogo è un luogo mitico, lontanissimo; storicamente rappresenta
invece la meta verso cui molti garfagnini nei secoli scorsi dovettero emigrare).
Juniperus communis L., Cupressaceae.
Nomi vernacolari:
Zinepro, Zinebro, Ginevro, Ginebro, Ginepro.
Bruciare un rametto di ”zinepro” la Notte
di Natale per ”scacciare gli spiriti” e per ”riscaldare Gesù Bambino”
era una tradizione consolidata in tutta la Garfagnana (la pianta rappresentava
anche nella tradizione il componente principale dei "Natalecci" di
Gorfigliano) . A Sillano si racconta anche che ”la Madonna quando Gesù scappò,
per fuggire dai soldati, fu riparata dal ginepro”, mentre il detto ”tu
ginestra maledetta non brugerai né verde né secca, tu ginebro benedetto
brugerai verde e secco” rappresenta un estratto della rappresentazione del
teatro popolare del "Maggio", ben conosciuto da tutti gli anziani
della zona. Interessante sottolineare che con l’arrivo della tradizione
dell’albero di Natale in Garfagnana alcuni decenni orsono, spesso si è
utilizzato un arbusto di ginepro al posto del classico alberello di abete
(tipico esempio di innesto di tradizioni locali su costumi di importazione).
Le radici etno-storiche ci riportano per il
”zinepro” sia al mondo greco-romano (dove però dominano altre specie di Juniperus),
e soprattutto al mondo germanico: in quest’ultimo Juniperus
communis (”Kranewit”), al pari del sambuco, è stato da sempre
considerato un arbusto sacro. Il potere magico ed apotropaico del ginepro, e
soprattutto il carattere di ”ponte” tra mondo terreno e mondo soprannaturale
attribuitogli è confermato largamente da numerosissime credenze anche a
carattere religioso. Così in aneddoti estoni e germanici si racconta che la
croce di Cristo contenesse legno di ginepro, che il ritratto su pietra della
Madonna conservato a Marienort presso Ratisbona vi fosse giunto attraverso il
Danubio su di una imbarcazione costruita in legno di ginepro, e così via (Höfler,
1990).
Lepidium campestre
(L.) R. Br., Cruciferae.
Nomi vernacolari:
Erbo de’ tedeschi, Radicchio de' tedeschi.
La segnalazione dell’uso alimentare delle
rosette basali di Lepidium campestre
bollite e condite con olio (Petrognano, Piazza al Serchio) presenta la
particolarità di un corollario assai ampio di storie legate al suo nome
vernacolare. L’uso dell’erbo de’
tedeschi non è mai stato fino a oggi documentato in Italia in letteratura,
sebbene diverse specie di Lepidium
rappresentassero nel Medioevo piante aromatiche per eccellenza nell’ambiente
mitteleuropeo (Küster, 1997). Le persone anziane del luogo oggetto della
presente indagine sono propense a giustificare l’appellativo ”de’
tedeschi” con aneddoti legati alla presenza dei tedeschi in Garfagnana durante
il secondo conflitto mondiale (”l’erbo non c’era prima della guerra,
quando vennero i tedeschi, nei prati dove misero i cavalli, cominciò a nascere
questo erbo; i cavalli dei tedeschi, concimando il terreno, enno stati loro che
hanno portato il seme”, ”l’erbo venne offerto ai tedeschi quando se ne
andarono dopo la Liberazione”), ma questa rappresenta certamente una
giustificazione a posteriori di una storia più antica, se è vero che con
l’epiteto ”dei tedeschi” almeno fino all’inizio di questo secolo
venivano appellate in Lombardia diverse specie di Lepidium
(Penzig, 1974). Una probabile importazione ”dal Nord” (via longobarda?)
della tradizione di utilizzo alimentare della specie, forse nell’Alto
Medioevo, potrebbe essere anche in questo caso assai plausibile.
Olea europaea L., Oleaceae
Nome vernacolare:
Olivo.
Alcune foglie
della pianta (usanza questa comune ad altre regioni) venivano usate nella
cerimonia per togliere il "maldocchio" (Uncini Manganelli e Tomei,
1998). A Petrognano si racconta venisse anche bruciata all'esterno
dell'abitazione, come forma di intercessione divina, in caso di grandinate
estive, che avrebbero devastato i raccolti.
Foglie di olivo
benedetto erano anche utilizzate nella preparazione del "breo" (v. Foeniculum
vulgare Miller, Umbelliferae).
Rosa canina L., Rosaceae.
Nomi vernacolari: Pittellenga,
Peterlenga, Rosa selvatica.
La parte interna
dei giovani getti della rosa selvatica venivano mangiati un tempo in Alta
Garfagnana come ”snack” dai più giovani (Pieroni, 1999). I frutti (le
”pittelenghe” o ”peterlenghe” propriamente dette) servivano, oltre che
per scopi alimentari e medicinali, a fare collane. I petali delle rose benedetti
il giorno di Santa Rita (22 Maggio) venivano mangiati da ogni membro della
famiglia in segno beneaugurante (Orzaglia). In molte aeree europee la rosa
selvatica (sia le sue parti verdi, che i suoi frutti), forse grazie alle sue
spine, veniva considerata un antidoto contro streghe ed influssi maligni
(soprattutto a protezione del bestiame). In Alta Garfagnana si riporta anche il
detto ”pittellenga pittellenga chi t’ha fatto che ti tenga”, che veniva
pronunciato nel caso ci si fosse feriti con i suoi rami spinosi.
Solanum nigrum L., Solanaceae
Nome vernacolare:
Cacabuzzi.
Vedi Euphorbia
lathrys L., Euphorbiaceae.
Spartium
junceum L., Leguminosae.
Nomi vernacolari: Ginestra
I fiori della ginestra venivano usati per
addobbare le strade nelle processioni del Corpus Domini, mentre i fusti secchi
venivano bruciati nei "Natalecci" di Gorfigliano. I fusti erano anche
utilizzati in Garfagnana per fabbricare scope, con le quali si puliva il camino.
Alla ginestra vengono ascritte, dalle credenze
popolari di tutta l’Europa, attitudini contro le streghe (Germania,
Inghilterra, Francia, Portogallo).
I semi della ginestra, tossici per il
contenuto in citisina (alcaloide), sarebbero stati mangiati come i fagioli nella
Renania Settentrionale fino a pochi secoli fa (Cepl-Kaufmann e Schmitt-Föller,
1996), mentre le proprietà allucinogene di decotti concentrati di fiori di
diverse specie di Spartium e Cytisus
(così come dei fiori seccati e fumati) sono assai noti in molti ambienti
"underground" e ”psiconautici” legati a culture giovanili
contemporanee (Rätsch, 1998).
Satureja montana L., Labiatae.
Nomi vernacolari: ”Timo”,
"Timo selvatico".
La Labiata chiamata tradizionalmente in
Garfagnana ed in tutta la regione Apuana ”timo” o ”timo selvatico” non
ha niente a che vedere con il timo propriamente detto, ma si tratta invece
dell’aromaticissima Satureja montana.
Mazzi di ”timo” (con le radici) venivano seccati in Alta Garfagnana ed
appesi a ”testa in giù” in camera da letto per ”scacciare gli spiriti”.
Lo stesso uso è noto sull’altro versante apuano (Corsi et., 1981).
In questo caso,
come per il ”zinepro”, si ha a che fare con caratteri morfologici assai
marcati che potrebbero aver giustificato questa usanza: foglie appuntite e
fortemente aromatiche.
Sedum reflexum L., Crassulaceae.
Nomi vernacolari: Erbo
dell’Ascensione, Parrucca.
Questa specie è protagonista di una delle
credenze più peculiari della zona: veniva raccolta (con le radici) il giorno
dell’Ascensione e ”messa in casa: se moriva succedeva qualcosa di brutto, se
non moriva non succedeva niente”; in questa versione la pianta sarebbe stata
dunque espiantata con le radici e trapiantata in vaso.
In altre versioni la pianta veniva sradicata e
semplicemente appesa al soffitto: anche in questo una sua fioritura avrebbe
predetto ”bene” in famiglia, nel caso contrario ci si sarebbero dovute
attendere disgrazie. In tutta l’Alta Garfagnana la tradizione dell'"erbo
dell'Ascensione" era largamente diffusa ed anche in Alta Versilia,
sull'altro versante apuano, lo stesso uso veniva descritto a Ruosina e
Giustaniana (Corsi et al., 1981).
Questa credenza risulterebbe invece pressoché
sconosciuta nella parte bassa della Garfagnana ed in Lucchesia, così come in
altre aree mediterranee ed europee.
Un aspetto assai determinante nella
"scelta" oracolare di Sedum potrebbe
essere rappresentato dal fatto che nel periodo dell’Ascensione questa specie
costituisce nelle zone più alte della valle una delle poche piante spontanee in
fiore.
Vaccinium
gaultherioides Bigelow (Vaccinium uliginosum
ssp. microphyllum Lange), Ericaceae.
Nome vernacolare: Bagola del lupo.
Dall’abitato di Dalli Sotto proviene una
credenza secondo cui ”questa pianta non va mangiata, perché è maligna, in
quanto la mangiano i lupi”. I frutti di questa specie e le loro proprietà
allucinogene sono ancor oggi ben conosciute nelle pratiche sciamaniche (quelle
rimaste) della regione siberiana, dove si utilizzano i frutti in forma di
decotto ed assieme alla ben più nota Amanita
muscaria (Rätsch, 1998). Il paleoantropologo Björn Kurtén sostiene che già
nella prima Età della Pietra, almeno nell’Europa Settentrionale, dove questa
specie tipica dei climi freddi ed alpini è ”di casa”, l’uso di una
bevanda psicoattiva a base dei frutti di una pianta appartenente alla famiglia
delle Ericacee (qual è il Vaccinium
gaultherioides) dovesse essere
ben noto. In Scandinavia nel Medioevo dai frutti di questo ”falso mirtillo”
veniva prodotta del resto una bevanda alcolica. In Tirolo si ritiene ancor oggi
che i bambini che inavvertitamente ingerissero i frutti del Vaccinium
gaultherioides perderebbero il senno (Rästch 1998).
I dati tossicologici più recenti confermano
l’evidenza di un’azione allucinogena, con vomito, dilatazione papillare e
nausea, che sopravviene dopo l’ingestione di una quantità sostenuta di
frutti. Nonostante queste evidenze, non è stato ancora trovato il principio
attivo responsabile di questa azione, viene ipotizzato però che l'origine di
questi effetti sia da attribuire ad un fungo parassita della polpa dei frutti e
specifico per questa specie: Sclerotina
megalospora Wot. (Roth et al.
1994). Questo spiegherebbe anche l’assoluta assenza anche solo di
simili evidenze nelle altre specie di mirtillo (mirtillo comunemente detto, Vaccinium
myrtillus L. e mirtillo rosso, Vaccinium
vitis-idaea L., entrambi largamente conosciuti ed utilizzati in nella cucina
e nella medicina popolare dell’Alta Garfagnana).
La credenza segnalata a Dalli e
l’associazione con la figura del lupo, che nell’immaginario popolare ha
spesso a che vedere con qualcosa di ”malefico” ed al contempo ”fuori del
normale” potrebbero rappresentare un evidente conferma della conoscenza e
forse di un possibile uso a carattere rituale, in tempi remoti, delle ”bagole
del lupo” anche in regioni europee più meridionali.
Vicia sativa L., Leguminosae
Nome vernacolare: Veccia.
In Alta Garfagnana le vecce spontanee, a
dispetto della loro natura infestante i raccolti, erano tradizionalmente
considerate nell'immaginario collettivo come "elementi purificatori".
I semi delle vecce, che si rinvenivano di solito in mezzo ai chicchi della
segale, venivano talvolta macinati assieme ad essa e panificati, e tal altra
raccolti e quaranta giorni prima della Pasqua seminati in luogo oscuro. Le
piante nate e cresciute così in assenza di luce sarebbero state utilizzate
durante la Settimana santa per ornare di elementi di "candore" il
Santo Sepolcro.
Allo scopo di convogliare in un unico centro collettore tutte le ricerche di
carattere etno-antropologico ed etnobotanico legate alle tradizioni popolari ed
alla cultura orale, e che si susseguono da più di trenta anni sul territorio
dell'Alta Valle del Serchio, nel Novembre 1998 è stata inaugurata a Piazza al
Serchio una Biblioteca-Centro di Documentazione sulla Cultura Orale intitolato
alla memoria dell'antropologo Gastone Venturelli, recentemente scomparso. Il
centro è promosso dai comuni dell'Unione dell'Alta Garfagnana (Piazza al
Serchio, Sillano, Minucciano e Giuncugnano) ed è gestito dal Comune di Piazza
al Serchio; collabora con le scuole del territorio, è collegato strettamente al
Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca ed intrattiene rapporti
costanti con docenti universitari e associazioni italiane ed europee legate alla
tradizione orale. Il materiale presente deriva dal territorio della Garfagnana e
la sezione etnobotanica rappresenta una parte importante del patrimonio di
cultura orale che il centro sostiene.
Un progetto di digitalizzazione di tutto il materiale raccolto in anni di
attività sul territorio è in corso. Questo consta di più di 150 cassette
audio video VHS, un centinaio di audio cassette, 1500 negativi fotografici,
oltre a numerose pubblicazioni, libri e manoscritti legati alla scienze
etno-antropologiche ed alla cultura orale locali.
Il Centro si propone anche come punto di riferimento di un progetto pilota
per un lavoro di ricerca costante sul recupero delle tradizioni popolari legate
alla cultura orale, di educazione permanente verso la popolazione locale ed i più
giovani, per lo studio e la diffusione del materiale raccolto e per una loro
interazione con altri networks italiani ed europei e soprattutto con contesto
socioeconomico locale.
In un'area tradizionalmente isolata ed economicamente depressa come l'Alta
Garfagnana un recupero a tutto tondo dei patrimoni di conoscenza popolare legati
all'agricoltura tradizionale e alle conoscenze etnobotaniche potrebbe infatti
dare slancio a piccoli progetti ed iniziative in campo agronomico, gastronomico
e del turismo ambientale, soprattutto per ciò che concerne piante spontanee
tradizionalmente usate per fini alimentari ed medicinali, tali da concretizzare
modelli di sviluppo sostenibile che sono sottesi ad ogni serio progetto di
ricerca etnobotanica ed etnofarmacologica.
Se infatti felicemente anche in Italia si assiste ad un nuovo (o rinnovato)
interesse per la disciplina etnobotanica, troppo spesso questo non avviene
all'interno dei precisi riferimenti socio-antropo-culturali tipici di un
territorio. La dichiarazione di Belèm ed il codice etico sottoscritti della
Society of Ethnobiology (1988 e 1996) dovrebbero però nel frattempo aver
chiaramente delineato standards importanti per ciò che concerne i frameworks
della ricerca etnobiologica, nonché, implicitamente, la definizione stessa di
un'orizzonte, che, in quanto necessariamente basato su di un approccio
pluridisciplinare ed interdisciplinare e su di una necessaria
"ricaduta" per le popolazioni locali, è assai più ampio e diverso da
quello della botanica farmaceutica sensu
strictu o delle scienze fitochimiche, fitofarmacologiche e fitoterapiche.
L’autore è in debito particolare con tutti
quei garfagnini, che nei diversi paesi, hanno accettato di condividere e mettere
a disposizione i loro saperi sulle piante spontanee nelle tradizioni locali.
Un ringraziamento speciale è dovuto al Sindaco di Piazza al Serchio Dott.
Umberto Bertolini e all'Assessore alla Cultura dell'Unione dei Comuni dell'Alta
Garfagnana, Marzia Cassettai (c/o Biblioteca - Centro di Documentazione del
Territorio "Gastone Venturelli", Piazza al Serchio, Lucca), per
l’instancabile sostegno nel lavoro di raccordo sul territorio di questa
ricerca.
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